Le ultime chiacchiere

Cosa è uscito di recente sul blog

I libri che BookTok ama (e che l'editoria insegue a perdifiato)

Il problema non è chi legge romantasy su TikTok. Il problema è chi decide di pubblicare solo quello.


Entra in una libreria nel 2026. Guardati intorno.

Tre quarti delle novità hanno la copertina pastello, una protagonista con gli occhi color tempesta e almeno un'ala di drago sul retro.
Oppure - variante altrettanto diffusa - un uomo misterioso con le braccia tatuate e un segreto oscuro che cambierà per sempre la vita di una donna che non cercava l'amore ma lo troverà comunque, naturalmente, entro la fine del terzo capitolo.

Benvenuto nell'editoria del 2026!

Dove quello che si pubblica non lo decide più un editor con una visione, ma un algoritmo con una dashboard.

BookTok non è il problema

Partiamo da una cosa che molti lettori forti faticano ad ammettere, forse per una questione di orgoglio da categoria: BookTok non è il nemico.

È un movimento nato dal basso, fatto di ragazze - e qualche ragazzo - che si filmano con i libri in mano, piangono sui finali, costruiscono aesthetic coordinate e si consigliano titoli con un entusiasmo che molti di noi hanno dimenticato di avere.
Creano community reali, accendono discussioni e - fatto non trascurabile - comprano libri. Tanti.

Chi siamo noi per dire che il loro entusiasmo valga meno del nostro?

Il romantasy piace? Benissimo. Il dark romance fa girare la testa? Ottimo! I libri-oggetto con la copertina specchiata e il segnalibro coordinato fanno felici migliaia di lettrici? Perfetto! Almeno qualcuno in questa società legge ancora qualcosa di fisico invece di scrollare social con gli occhi fissi sullo schermo, guardando video che avrà dimenticato entro 10 minuti.

BookTok ha avvicinato alla lettura una generazione intera. Questo non si discute.

Il problema arriva dopo.

Il problema è chi gli corre dietro

Il problema è quando un intero settore industriale smette di ragionare e inizia a inseguire.

L'editoria italiana - e non solo quella italiana, sia chiaro - ha sviluppato, negli ultimi anni, una capacità straordinaria: fiutare cosa sta andando forte su TikTok e replicarlo nel giro di diciotto mesi.
Romantasy virale in America? Eccone dodici versioni locali.
Dark romance con copertina cupa e titolo in inglese anche se l'autrice è di Bergamo? In libreria entro primavera.

Non è una critica agli autori. Scrivere quello che il mercato chiede è una scelta legittima e, spesso, anche necessaria per sopravvivere in un settore che non è mai stato particolarmente generoso con chi ci lavora.

La critica è a chi sta in cima alla filiera e ha smesso di scommettere.

Scommettere su una voce nuova e scomoda che non sa come si fa una copertina patinata. Su un romanzo che non si presta a una clip di trenta secondi perché la sua bellezza sta nella sintassi, non nella trama. Su un libro che si fotografa male ma si legge benissimo - che è esattamente il contrario di quello che serve per fare numeri su Instagram.

Il catalogo si appiattisce, le proposte si assomigliano.
E, nel frattempo, la narrativa letteraria - quella che non vende su TikTok, che non genera fan art, che non ha un fandom pronto a fare la fila ai firmacopie - viene pubblicata sempre meno, distribuita peggio e relegata sullo scaffale più alto della libreria, quello che nessuno raggiunge senza una scala.

E poi ci siamo noi.

I lettori forti. Quelli che leggono venti, trenta o anche cinquanta libri l'anno. Quelli che hanno un sistema di catalogazione che farebbe invidia a una biblioteca universitaria e una TBR che è tecnicamente una seconda ipoteca sulla casa.

Noi non siamo snob - o almeno, non necessariamente.

Siamo semplicemente persone che leggono molto e che, leggendo molto, hanno sviluppato gusti specifici. Come succede con qualsiasi cosa si faccia con costanza: a forza di mangiare bene si diventa esigenti a tavola, a forza di ascoltare musica si smette di accontentarsi della playlist consigliata dall'algoritmo.

Il problema è che il mercato non ci sta più servendo.

Entriamo in libreria e troviamo le stesse copertine. Andiamo online e i consigli sono ottimizzati per chi ha letto tre libri in vita sua e vuole qualcosa di "leggero ma emozionante". Seguiamo bookblogger e booktoker e la metà delle recensioni riguarda titoli che abbiamo già scartato alla quarta di copertina.

Non è una questione di superiorità, è una questione di offerta.

Quando una fascia di mercato - quella dei lettori più fedeli, più costanti, più disposti a spendere in libri - viene progressivamente ignorata in favore di tendenze che durano una stagione, qualcosa nel sistema non funziona.

E non è BookTok a non funzionare.

Non ho una soluzione da offrire. Non sono un'editor, non gestisco un catalogo, non devo fare i conti con i numeri di vendita di febbraio.

Quello che so è che finché un libro con le ali di drago venderà centomila copie in tre settimane, l'editoria continuerà a pubblicare ali di drago.
È il mercato, bellezza!
E il mercato non legge... compra.

Nel frattempo, noi lettori forti continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto. Cercare tra gli scaffali come archeologi in cerca di civiltà perdute, scambiarci consigli sottovoce e custodire, con una certa ostinazione, l'idea che esistano ancora libri capaci di cambiare qualcosa dentro di noi.

Buona fortuna a trovarli!

 

'Love, Mom' di Iliana Xander: quando un thriller non è un thriller (e nemmeno un buon romanzo)


LOVE, MOM
Iliana Xander
Longanesi
384 pagine
3 marzo 2026


Mackenzie Casper non è stata una figlia felice. Eppure sua madre era Elizabeth Casper, una scrittricecapace di stregare milioni di lettori in tutto il mondo. Per la ragazza, tuttavia, Elizabeth era semplicemente una madre distante e fredda fino alla crudeltà. È per questo che Mackenzie accoglie la notizia della sua morte, avvenuta in circostanze non del tutto chiare, con un’indifferenza quasi priva di sensi di colpa. Per lei è morta un’estranea.
Al funerale, Mackenzie sta per fuggire dagli sguardi invadenti e curiosi dei partecipanti quando trova sul sedile della sua auto una busta. L’intestazione recita «Dalla tua fan numero 1». Dentro la busta un foglio scritto nella grafia della madre: «Vuoi sapere un segreto?» e in calce la chiusa, sorprendente e dolorosa: «Love, Mom». Con amore, Mamma.
Ma quale amore? 
E quale segreto?
Da quel momento tutto cambia nella vita di Mackenzie: altre lettere arriveranno e nuovi tasselli si aggiungeranno a mostrare un passato che si rivela sempre più colmo di vuoti, di silenzi, di reticenze. E, appunto, di segreti. Chi era davvero sua madre? Chi sta cercando di farglielo scoprire? E chi vuole nasconderglielo a qualunque costo? 
Ma soprattutto chi è lei, per davvero?

'Fiori per Algernon': intelligenza, regressione e tragedia della coscienza


Parlare di Fiori per Algernon di Daniel Keyes significa confrontarsi con un romanzo che ha la struttura di un esperimento scientifico e l'anima di una tragedia classica.

Non è la storia di un uomo che diventa intelligente.
È la storia di un uomo che impara a sapere.
E, nel sapere, soffre.

Fiori per Algernon è attuale perché mette in discussione l'idea che l'intelligenza garantisca dignità e felicità.
La parabola di Charlie Gordon mostra come il potenziamento cognitivo possa diventare una condanna, rivelando il bisogno primario di riconoscimento umano.

L'ascesa: l'illusione del progresso

La prima parte del romanzo è costruita con un dispositivo narrativo di straordinaria intelligenza formale: il diario clinico.
Il linguaggio stesso diventa termometro dell'evoluzione di Charlie Gordon.
Errori ortografici, sintassi elementare, ingenuità semantica, tutto concorre a incarnare un livello cognitivo limitato ma non privo di umanità.

L'intervento chirurgico che dovrebbe potenziarne l'intelligenza produce un effetto vertiginoso.
La trasformazione linguistica è rapidissima: la prosa si affina, il lessico si espande, l'analisi si approfondisce.
Charlie supera persino i suoi mentori.
Il progresso sembra trionfare.

Eppure - ed è qui che si manifesta la sottigliezza di Keyes - Charlie, nella fase ascendente non percepisce davvero la propria trasformazione.
Non comprende la portata del cambiamento mentre lo vive.
È l'ebbrezza di una crescita inconsapevole.

Il romanzo, in questa sezione, appare quasi prometeico: l'uomo ruba il fuoco dell'intelligenza.
Ma Prometeo, lo sappiamo, paga sempre.

L'involuzione: la coscienza come supplizio

Se l'ascesa è euforica, la regressione è devastante. E lo è perché, a differenza della crescita, è vissuta con piena lucidità.

Quando Algernon - il topo sottoposto allo stesso trattamento - comincia a regredire, Charlie comprende che la sua parabola sarà identica.
L'esperimento non è stabile, l'intelligenza artificiale è fragile.

Qui si consuma il cuore tragico dell'opera: Charlie assiste alla propria futura perdita.
Sa che tornerà indietro, che dimenticherà tutto ciò che ha imparato.
Sa che la coscienza acquisita sarà cancellata.

La fase involutiva è un colpo al cuore proprio per questo: il protagonista è spettatore del proprio annullamento.
La regressione linguistica, progressiva e inesorabile, non è solo tecnica narrativa.
È rappresentazione concreta della caducità del sapere.

L'intelligenza, che sembrava un traguardo, si rivela condanna.

Ciò che resta dopo l'ultima pagina

La fase discendente è un colpo al cuore non per la perdita in sé, ma per lo sguardo con cui Charlie lo osserva.

Ho avvertito un senso di pena quasi fisica. Non per il "ritorno" a uno stato iniziale, ma per il fatto che Charlie sa, ricorda, anticipa la propria regressione.
La tragedia non è diventare meno intelligenti, ma sapere che accadrà.

E forse la domanda più scomoda che il romanzo lascia è questa: se la felicità dipende dall'ignoranza del giudizio altrui, vogliamo davvero sempre più coscienza?

Charlie "stupido" e Charlie "geniale": una frattura identitaria

Il romanzo costruisce una dicotomia dolorosa.

Il Charlie iniziale è ingenuo, vulnerabile, ma paradossalmente più felice.
Crede nell'amicizia dei colleghi, ride con loro, si sforza di migliorare per essere accettato.
Il Charlie geniale è brillante, analitico, spietatamente lucido.
Ma è solo.
Comprende di essere stato oggetto di scherno, rilegge il passato sotto una luce crudele.

La felicità del primo nasce dall'ignoranza del giudizio altrui; la solitudine del secondo nasce dalla consapevolezza.

Keyes pone una domanda radicale: è preferibile una felicità ingenua o una lucidità dolorosa?

La contrapposizione non è solo psicologica, ma ontologica.
Il Charlie intelligente guarda il Charlie "stupido" con imbarazzo, talvolta con distacco. Eppure non può eliminarlo.
L'identità è stratificata, il passato non si cancella.

Algernon: doppio, presagio, specchio etico

Algernon non è un semplice animale da laboratorio, è il correlativo oggettivo di Charlie.

Entrambi sono cavie, entrambi sono strumenti di dimostrazione scientifica.
Entrambi sono esibiti come prova del successo sperimentale.

Quando Charlie accusa il professor Nemur, pronuncia parole che segnano il punto di rottura etica del romanzo
La verità è un'altra, egregio professore: lei voleva qualcuno che potesse essere reso intelligente, ma tenuto ugualmente in gabbia ed esibito ogni volta che fosse stato necessario per mietere gli onori cui ambisce. Il guaio è che io sono un essere umano.
In questa dichiarazione si condensa il nucleo morale dell'opera: la scienza che ignora la dignità diventa spettacolo, non progresso.

Quando Algernon muore, Charlie capisce che quella sarà la sua traiettoria.
L'esperimento non è solo fallibile: è strutturalmente violento.

La madre: l'amore che ferisce

La figura materna è uno dei nodi più complessi del romanzo. Non è un'antagonista tradizionale; è una madre incapace di accettare i limiti del figlio.

La sua ossessione non è la felicità di Charlie, ma la sua normalizzazione.
Lo costringe, lo corregge, lo nasconde.
Vive la disabilità del figlio come colpa personale.

In questa dinamica si genera una forma di amore condizionato: Charlie deve "diventare migliore" per essere degno.
L'inadeguatezza non è ammessa.

Comprendere razionalmente il trauma della madre non attenua la violenza delle sue azioni.
La sua incapacità di accettare Charlie com'è, diventa la ferita originaria da cui prende forma il desiderio di trasformazione.

La scienza interviene laddove l'accettazione familiare ha fallito.

Il bullismo: l'illusione dell'inclusione

La panetteria è il microcosmo sociale del romanzo: i colleghi non picchiano Charlie, lo usano come intrattenimento.

La crudeltà qui è sistemica: è la risata condivisa a spese di chi non comprende.

Il momento in cui Charlie realizza di essere stato oggetto di scherno è uno dei più dolorosi dell'opera: la conoscenza retroattiva del bullismo riscrive il passato.
L'intelligenza non aggiunge solo consapevolezza, ma anche vergogna.

Il romanzo, in questo senso, rimane potentemente attuale. La dinamica del branco, l'esclusione mascherata da ironia, l'umiliazione invisibile sono meccanismi sociali ancora profondamente radicati.

Perché "Fiori per Algernon" è attuale

L'attualità del romanzo non dipende dalla plausibilità scientifica dell'esperimento, ma dalle questioni etiche che solleva.

Viviamo in un'epoca ossessionata dal potenziamento: cognitivo, fisico, tecnologico.
L'idea di "miglioramento" è diventata un imperativo sociale.

Charlie Gordon è la parabola di questa ossessione.

Il romanzo chiede: 
- cosa significa essere intelligenti?
- la dignità umana è proporzionale al QI?
- il progresso giustifica la strumentalizzazione dell'individuo?
- è preferibile una felicità inconsapevole o una lucidità felice?

La risposta che emerge è amara: l'intelligenza senza amore non salva. La conoscenza non garantisce appartenenza. Il sapere non sostituisce il bisogno primario di essere riconosciuti.

E forse la lezione più disturbante è questa: il Charlie "stupido" era più felice.
L'ignoranza lo proteggeva dal giudizio, mentre la coscienza lo condanna.

Fiori per Algernon resta un romanzo necessario perché ci ricorda che l'evoluzione non è sempre progresso, che la vera misura dell'umano non è l'intelligenza, ma la capacità di riconoscere l'altro come fine e non come mezzo.



Bridgerton: perché la serie Netflix funziona meglio dei libri di Julia Quinn

Dopo aver letto i primi due romanzi di Julia Quinn ho una cosa curiosa: la serie Netflix non si limita ad adattare Brigerton. La migliora.


Quando ho chiuso Il visconte che mi amava, il secondo romanzo della saga di Julia Quinn dedicata alla famiglia Bridgerton, ho pensato una cosa molto semplice: la serie tv ha davvero migliorato questa storia.

Non è un pensiero che capita spesso a chi legge. 
Di solito succede il contrario: si guarda una serie tratta da un libro e, prima o poi, qualcuno pronuncia la frase rituale, quella che aleggia come un fantasma sopra ogni adattamento cinematografico o televisivo: "Il libro era meglio."

Con Bridgerton, almeno per quanto riguarda i primi due romanzi (Il duca e io e Il visconte che mi amava), mi è successa la cosa opposta.

Dopo aver amato la serie Netflix e aver letto i libri da cui è tratta, mi sono resa conto di una cosa piuttosto curiosa: Bridgerton è uno dei rari casini cui la seri non vive all'ombra dei libri: li supera.

Non perché i romanzi siano brutti, ma perché la serie prende un impianto narrativo piuttosto lineare e lo trasforma in un universo corale.

Nei romanzi il mondo Bridgerton è molto più piccolo

Una delle differenze più evidenti tra libri e serie riguarda l'ampiezza del mondo narrativo.

Nei romanzi di Julia Quinn ogni storia è costruita quasi esclusivamente attorno alla coppia protagonista. Il resto rimane sullo sfondo.

Questo significa che molti personaggi che nella serie diventano centrali, nei libri sono appena accennati - quando compaiono.

La Regina Carlotta, ad esempio, nei romanzi non esiste proprio.
Lady Danbury appare per poche pagine ed è assolutamente ininfluente ai fini della trama.
Lady Whistledown è poco più che un espediente narrativo che introduce i capitoli.

Anche i fratelli Bridgerton, paradossalmente, restano spesso ai margini della storia che non li riguarda.
Nella serie Netflix succede l'esatto contrario.

Il mondo Bridgerton si allarga: il gossip diventa un motore narrativo, i personaggi secondari acquistano spazio, le dinamiche sociali prendono vita.

Non è più solo la storia di una coppia.
È un universo.

La serie rende i personaggi femminili più forti

C'è poi un'altra differenza che salta subito all'occhio leggendo i romanzi dopo aver visto la serie.

Le donne cambiano.

Daphne, nei libri, è più passiva rispetto alla sua versione televisiva.
Kate, nel secondo romanzo, è molto meno incisiva di quanto non sia nella serie.
Violet Bridgerton nei romanzi è la classica madre dell'alta società ottocentesca, il cui principale obiettivo è accasare bene le figlie - con un entusiasmo che, a tratti, ricorda la signora Bennet di Orgoglio e Pregiudizio.

Nella serie, invece, i personaggi femminili acquistano una forza completamente diversa.

Daphne prende decisioni.
Kate ha carattere e autonomia.
Violet smette di essere soltanto la madre che deve "sistemare" i figli e diventa una donna che pensa prima di tutto alla loro felicità.

È una scelta narrativa molto precisa: mantenere l'ambientazione storica, ma cambiare lo sguardo.

Ed è probabilmente uno dei motivi per cui la serie parla così bene al pubblico contemporaneo.

Il ritmo delle storie cambia completamente

C'è poi una questione di ritmo.


Nei romanzi le storie sentimentali si consumano abbastanza velocemente. Il conflitto tra i protagonisti si sviluppa e si risolve nel giro di poche centinaia di pagine.

Nella serie, invece, ogni relazione diventa il centro di un'intera stagione.
Questo permette di costruire tensione, sviluppare meglio i personaggi e intrecciare più trame.

A un certo punto, leggendo i romanzi, mi è venuto persino da pensare una cosa piuttosto divertente: se Shonda Rhimes si fosse attenuta alla lettera alle trame di Julia Quinn, la serie probabilmente sarebbe finita nel giro di due o tre stagioni.

E invece la sua forza sta proprio nell'aver preso quella storie averle fatte crescere.

Anthony Bridgerton e i suoi colletti inamidati

Il secondo romanzo, Il visconte che mi amava, mi ha fatto capire ancora meglio questa dinamica.

Anthony Bridgerton, sulla pagina, è molto diverso dal personaggio che vediamo nella serie.
Se già nella versione televisiva non rientra tra i miei fratelli Bridgerton preferiti, nel romanzo mi è sembrato spesso più rigido persino dei suoi colletti inamidati.

Serio.
Pedante.
Ossessionato dal controllo.

Nella serie, invece, lo stesso personaggio acquista spessore: diventa tormentato, emotivamente complesso, persino affascinante nella sua ostinazione.

È uno di quei momenti in cui ci si accorge che l'adattamento non si limita a raccontare la stessa storia.
La rilegge, la espande, la approfondisce.

Perché la serie Bridgerton funziona così bene

Dopo aver letto i primi due romanzi ho capito una cosa che prima intuivo soltanto: la serie Bridgerton non funziona perché è fedele ai libri, funziona perché prende quell'universo narrativo e lo reinventa.

Allarga il mondo, rafforza i personaggi femminili.
Costruisce una dimensione corale che nei romanzi resta appena accennata.

E così succede qualcosa di raro: alla fine della lettura non ho pensato che la serie fosse migliore dei libri.
Ho pensato qualcosa di più interessante: adesso capisco meglio perché Bridgerton funziona così bene!



'Quando la nonna ballava sotto la pioggia' di Trude Teige: tra memoria e romanticismo forzato


QUANDO LA NONNA BALLAVA SOTTO LA PIOGGIA
Trude Teige
Fazi Editore
307 pagine
10 febbraio 2026


La giovane Juni, in fuga da un marito violento, si rifugia nella casa dei nonni su un’isola norvegese, un luogo ormai quasi disabitato che in lei evoca ricordi felici: è qui che è cresciuta insieme agli amati nonni, che ora non ci sono più. Rovistando tra i loro cimeli, Juni trova una fotografia che ritrae la nonna Tekla da giovane insieme a un uomo che non è il nonno; l’immagine è datata giugno 1945, l’uomo è un soldato e i due hanno tutta l’aria di essere innamorati. Chi è quello sconosciuto? Ormai non c’è più nessuno a cui chiederlo. Juni decide così di intraprendere un viaggio che la porterà fino in Germania in cerca della verità. Si renderà conto che in gioco c’è molto più di una relazione segreta: quella che scoprirà, mettendo insieme un tassello per volta come in un puzzle, è la tormentata storia di una coppia clandestina in un paese devastato dalla guerra. Ma è anche la storia di una donna sola contro tutti: sua nonna. Tekla ha sempre taciuto la sua tragica esperienza, e la realtà che viene a galla minaccia di avere conseguenze sul presente.

Il mistero delle recensioni negative scomparse: piccole verità sul mondo dei libri

Perché nei social letterari quasi tutti i libri risultano sempre "interessanti"? Un viaggio ironico tra bookblogger, editori e recensioni negative

Nel mondo dei bookblogger e dei social letterari succede una cosa curiosa: le recensioni negative sembrano essere sparite.
Non perché i libri brutti non esistano.
Ma perché spesso non vengono raccontati.

Scorri Instagram, leggi qualche blog di libri, dai un'occhiata alle recensioni online... e il panorama editoriale appare come una specie di paradiso terrestre.

Romanzi emozionanti.
Libri intensi.
Storie "non perfette, ma molto interessanti".

Quasi tutto è almeno piacevole.
Eppure chi legge molto lo sa benissimo: non è possibile.

Perché i libri sono come qualsiasi altra cosa al mondo: alcuni sono bellissimi, alcuni buoni, altri medi.
E alcuni sono, diciamolo serenamente, decisamente brutti!

E allora nasce una domanda che mi accompagna da anni: che fine hanno fatto le recensioni negative dei libri?

Il mito: nei social letterari quasi tutti i libri sembrano buoni

La versione ufficiale della faccenda è molto elegante.

I bookblogger amano i libri.
E proprio per questo parlano soprattutto di quelli che meritano.

Quando un romanzo non funziona, si preferisce non recensirlo.
Per rispetto verso l'autore, per evitare polemiche, per mantenere uno spazio positivo.

E poi c'è una frase che negli anni è diventata una specie di formula magica dei social letterari: 
"Non ho gli strumenti per criticare negativamente un libro."
E qui, ogni volta, mi fermo un attimo... gli strumenti...

Questa cosa degli strumenti mi affascina sempre molto!
Perché mi chiedo: quali sarebbero esattamente questi strumenti?
Un microscopio? Un bisturi? Una laurea in chirurgia letteraria?

Perché, da quello che ricordo, per scrivere una recensione servono più o meno da sempre gli stessi attrezzi: una tastiera e uno schermo oppure, se siete vintage come me e La Bacci, carta e penna!

Chi legge molto sa che non può essere vero

Chi legge tanto lo sa: nel mondo dei libri esistono romanzi buoni e romanzi mediocri. 
E poi esistono anche i libri brutti!

Brutti nel senso più semplice del termine: scritti male, confusi, prevedibili, noiosi, inutilmente lunghi.

Fa parte del gioco: la letteratura funziona così.

Eppure, se guardiamo i social letterari, sembra che questi libri non esistano più. Sono spariti. Evaporati. Puff!
Probabilmente si sono trasferiti su Marte insieme ai calzini scomparsi in lavatrice.

Perché online troviamo soprattutto libri interessanti, piacevoli, consigliati, coinvolgenti, IM-PER-DI-BI-LI!

A un certo punto uno si chiede: ma davvero nel mondo editoriale contemporaneo il 98% dei libri è buono?
Spoiler: no!

Perché i bookblogger evitano le recensioni negative

Il punto, però, non è che i bookblogger mentano.
La questione è molto più umana: il mondo dei libri online è profondamente relazionale.

Il peso delle relazioni con editori e uffici stampa

Dietro ogni libro ci sono persone: autori, editor, uffici stampa, case editrici.

E quando si entra in questo ecosistema - anche solo un po' - succede qualcosa di molto normale: si creano relazioni.

Ti mandano un libro, ti scrivono una mail gentile, ti invitano a un evento.
E allora, scrivere una recensione negativa non è più solo un giudizio su un libro.
Diventa anche criticare il lavoro di qualcuno, esporsi pubblicamente e rischiare di incrinare un rapporto.

Quando il silenzio diventa la vera recensione negativa

Così nasce una soluzione molto elegante: non si mente e non si finge che il libro sia meraviglioso.
Si fa una cosa molto più semplice: si tace.
Il libro sparisce.

Nessuna recensione, nessun post, neanche una storia al volo.
Come se non fosse mai esistito.

Ed ecco spiegato il grande mistero: nel mondo dei social letterari, la recensione negativa più diffusa non è una recensione.
È il silenzio.

La verità scomoda sulle recensioni negative dei libri

Chiariamo subito una cosa: ognuno gestisce i propri spazi come meglio crede.

Blog, Instagram, TikTok... siamo in democrazia (o almeno dovremmo esserlo, anche se ogni tanto qualche dubbio viene).
Se qualcuno preferisce parlare solo dei libri che ama, va benissimo.
Davvero.

Il problema nasce quando questa scelta viene raccontata come una specie di purezza critica.
Come se per scrivere una recensione negativa servissero competenze esoteriche.

La verità, molto meno epica, è spesso un'altra: nel mondo dei bookblogger si parla poco dei libri brutti perché - diciamolo senza troppi giri di parole - è più comodo tenersi buoni gli uffici stampa.

Per non perdere collaborazioni, per non creare attriti, per restare nella zona tranquilla del consenso.

Io, invece, il patto l'ho fatto coi miei lettori: verità e onestà.
Sempre.
Questo significa anche una cosa molto pratica: non leggo libri che non ho voglia di leggere anche se arrivano dagli editori.

E se un libro non funziona?
Lo scrivo.
E sì, lo ammetto senza alcuna dignità letteraria: mi diverto un botto!

Perché una recensione negativa, quando è onesta e argomentata, non è cattiveria.
È libertà.

E anche - diciamolo - una delle cose più divertenti che si possano scrivere nel mondo dei libri!

Una domanda ai lettori

E allora la domanda che mi faccio da anni è questa: se nei social letterari quasi tutti i libri risultano sempre almeno interessanti o piacevoli o consigliabili, forse il punto non è che i libri brutti non esistano.

Forse il punto è che non vengono raccontati.

Per questo sono curiosa di sapere una cosa da voi: quando seguite un bookblogger che non parla mai male di un libro, vi fidate davvero delle sue recensioni?
Oppure vi è mai capitato di pensare che, forse, il silenzio sia la recensione più chiara di tutte?