Le ultime chiacchiere

Cosa è uscito di recente sul blog

I blog sono davvero morti? Perché oggi scrivere online richiede più coraggio di prima

Scrivere non per piacere a tutti, ma per restare fedeli alla propria voce

I blog sono davvero morti?

"I blog sono morti."
Me lo dicono spesso. Con una convinzione tale che, per un attimo, mi prende una tenerezza infinita.
La stessa che ti viene quando qualcuno ti spiega con grande sicurezza una cosa completamente sbagliata.
Tipo quando ti spiegano come funziona il tuo lavoro. O la tua vita.

Li guardo.
Sorrido.
A volte - lo ammetto - spiattello i numeri del blog.
Le visualizzazioni quotidiane. Quelle vere, non gonfiate, non urlate, non vestite da miracolo editoriale.
E succede una cosa bellissima: cade la mascella.
Io, con enorme senso civico, non li aiuto a raccoglierla.
La lascio lì. È un momento educativo.

Perché no, i blog non sono morti.
Sono solo diventati un posto in cui non tutti hanno il coraggio di stare.

Perché oggi tenere un blog richiede più coraggio di prima

Il mio blog, per esempio, non è uno strumento.
Non è una strategia.
Non è nemmeno "un progetto".
È casa.
Ed è spazio di libertà.

Che detta così sembra una frase da tazza motivazionale, ma in realtà vuol dire una cosa molto concreta: scrivo qui solo quando ho qualcosa da dire e la dico come so dirla io.
Fine.

Questo, negli anni, mi è costato qualcosa.

Quando ho pensato di chiudere il blog (più di una volta)

Nel 2018, per esempio, ero stanca.
Stanca vera.
Avevo la sensazione di scrivere sempre le stesse cose, di girare in tondo dentro la mia voce.
Pensai seriamente di mollare.
Se il blog esiste ancora è perché, a un certo punto, entra in scena la Bacci.
E no, non come "alter ego" (che brutta immagine!), ma con un secco: "Se chiudi il blog mi trasferisco a casa tua."
E insomma, capirete che è stata molto convincente.

Poi c'è stata una seconda volta. Più recente e silenziosa.
I cambiamenti di vita dell'ultimo anno mi avevo portata a leggere meno. Meno... diciamo pure per niente.

E quando leggo meno, penso meno.
E quando penso meno, scrivo meno.
E allora il blog rischiava di diventare un posto chiuso, non per scelta, ma per inerzia.

Lì è entrato Roby. Che non ha fatto grandi discorsi motivazionali.
Mi ha semplicemente rimesso i libri in mano.
E, quasi senza chiedere il permesso, mi ha rimesso anche davanti al blog.
Come si fa con le cose importanti: senza retorica.

Ecco, questo per dire una cosa semplice: chi tiene aperto un blog oggi non lo fa perché sia facile.
Lo fa perché è necessario.

Il vero problema oggi non è la visibilità

Il vero problema è l'accomodamento.

Io non voglio più inseguire le nuove uscite.
Non voglio rincorrere trend.
Ma soprattutto, SOPRATTUTTO, non voglio essere accomodante.

Che poi non lo sono mai stata, ma è la cosa che più mi stanca quando leggo certi blog: quel tono medio, gentile, levigato, dove tutto è "interessante", "ben scritto", "consigliato".
Come se dire davvero cosa non funziona fosse una forma di cattiveria e non, invece, di rispetto.

C'è una grande bugia che circola da anni: "Scrivi per te stessa".
La verità è che quasi tutti vogliono visibilità.
Che va benissimo, per carità.
Ma allora diciamolo!
A scrivere davvero per noi stesse siamo rimaste in poche.
Io. La Bacci.
E Grazia, che spaccia libri con più onestà di certi uffici stampa.

Cosa cerca davvero chi legge ancora i blog

Chi arriva oggi sul blog non cerca entusiasmo.
Cerca tempo.

Cerca un parere strutturato, approfondito, argomentato.
Cerca qualcuno che sappia spiegare perché un libro vada letto. O perché no.
E soprattutto dove sta il problema, se c'è.

Non vuole sentirsi dire "è bellissimo". Vuole sapere perché lo è.
E se ha delle falle, vuole sapere quali sono.
Tutto quello che non entra in 30 secondi di reel.
E meno male.

Tenere aperto un blog oggi è una scelta

Forse è per questo che i blog sembrano morti: perché non sono più urlati.
Non competono, non performano, non implorano attenzioni.
Aspettano.
E chi arriva, arriva davvero.

Tenere aperto un blog oggi non è un atto nostalgico.
È un atto di responsabilità verso la propria voce.

E se, leggendo questo righe, ti sei sentita sollevata anche solo un po', allora no: non sei strana.
Non sei rimasta indietro.
Non sei sola.

Siamo poche.
Ma ci leggiamo.

'Un bel quartiere' di Therese Anne Fowler: quando il dolore diventa rumore


UN BEL QUARTIERE
Therese Anne Fowler
Neri Pozza
320 pagine
17 giugno 2021

Ampie strade, case di mattoni in stile ranch e giardini rigogliosi… Oak Knoll è un quartiere molto ambito nel bel mezzo di un’amabile città della Carolina del Nord. A Oak Knoll vivono Valerie Alston-Holt, professoressa di silvicoltura, e il suo talentuoso figlio Xavier, che in autunno partirà per il San Francisco Conservatory of Music. Esperta botanica, Valerie ama, del suo quartiere, soprattutto la maestosa vegetazione: cornioli bianchi e rosa, castagni, peri, viburni, camelie, ciliegi, cachi, cespugli di biancospino e agrifoglio. E, soprattutto, la grande quercia che svetta nel suo giardino. Qualche mese prima, però, è accaduto l’irreparabile: un’impresa di costruzioni ha abbattuto tutti gli alberi che ombreggiavano la casa accanto alla loro, demolita senza tante storie e portata via come i resti di una tempesta o di un terremoto. Ora al suo posto c’è un edificio grande e luminoso, con il suo spoglio ma costoso giardino, un’enorme piscina e, soprattutto, i nuovi vicini.
I Whitman sono l’esatto opposto degli Alston-Holt: bianchi, benestanti, popolari. Brad Whitman, della Climatizzatori Whitman, è un giuggiolone pieno di soldi; sua moglie, Julia, coda di cavallo alta e un aderentissimo top da fitness, sembra uscita dalle pagine di un catalogo sportivo. E poi ci sono le figlie: la piccola, spumeggiante Lily, e Juniper, con i suoi segreti ben celati di adolescente.
Con poco in comune, a parte un confine di proprietà, le due famiglie sono inevitabilmente destinate a scontrarsi, soprattutto quando Brad Whitman, incurante di ogni regola di buon vicinato, lascia che i lavori di ristrutturazione della casa intacchino le radici della quercia tanto amata da Valerie. Tra gli Aston-Holt e i Whitman scoppia, feroce, la guerra. Una guerra che cela in sè il seme dell’odio razzista e che rischia di sfociare nel più drammatico degli esiti. Una guerra che non si arresta nemmeno quando tra Xavier e Juniper sboccia l’amore.
Spietato ritratto dell’America di oggi, dei conflitti razziali e sociali che la attraversano, Un bel quartiere ha ottenuto, al suo apparire negli Stati Uniti, un grande successo di pubblico e di critica.

Quando smetti di funzionare: cosa ci insegna Kafka sulla vita moderna


Perché La metamorfosi è così attuale?
La metamorfosi di Kafka è attuale perché racconta cosa succede quando una persona perde valore agli occhi degli altri: quando non produce, non funziona, non è più conveniente. La storia di Gregor Samsa parla di lavoro, amore incondizionato e di quanto sia facile diventare invisibili.

C'è un modo molto rassicurante di leggere La metamorfosi: come un racconto sull'assurdo.
Sull'insetto, sulla stranezza.

È il modo migliore per non sentirsi coinvolti.

Perché La metamorfosi non parla di ciò che diventa Gregor Sansa, ma di ciò che era già: un corpo utile, una funzione economica, una presenza giustificata dal rendimento.

Kafka non ci chiede di credere alla trasformazione.
Ci chiede di accettare la normalità che la circonda.
Ed è lì che il testo smette di essere strano e comincia a fare male.

Il vero problema di Gregor Samsa: smettere di essere utile

Gregor si sveglia insetto e pensa subito al lavoro.
Non alla paura. Non allo scandalo.
Al ritardo.

Al capo. Al contratto.
Alla famiglia che dipende da lui.

Il punto non è "mi è successa una cosa terribile", ma "non sto funzionando".

Kafka capisce con anticipo disarmante una verità che oggi ci sembra ovvia, ma che continuiamo a fingere di non vedere: il lavoro non serve solo a vivere, serve a legittimarci.

Finché produci, esisti.
Quando rallenti, diventi un problema da gestire.

La colpa senza errore: quando il valore dipende dalla prestazione

Gregor non ha colpe.
Non sceglie la metamorfosi.
Non decide di fermarsi.

Eppure si scusa.
Si vergogna.
Cerca di sparire.

Kafka mette in scena una colpa preventiva, interiorizzata, moderna: non quella per ciò che fai, ma per ciò che non riesci più a fare.

Una colpa senza giudice e senza assoluzione.
E proprio per questo impossibile da estinguere.

La famiglia come sistema produttivo

La famiglia Samsa non è mostruosa.
È efficiente.

Finché Gregor mantiene tutti, è sopportato.
Quando smette, diventa ingombro.

Non viene cacciato.
Viene spostato ai margini, lentamente, con buon senso, senza scenate.

Nessuna violenza, solo adattamento.

È il meccanismo perfetto: nessun colpevole, nessun gesto eclatante, una vita che si restringe fino a diventare trascurabile.

La frase decisiva arriva dalla sorella, con lucidità amministrativa:
"Dobbiamo liberarci di lui".
Non dell'insetto.
Di Gregor.

L'orrore vero: l'adattamento di tutti

Il colpo più feroce di Kafka non è la trasformazione, ma l'abitudine.

Il padre recupera autorità.
La madre rimuove.
La sorella evolve, nel senso peggiore del termine.

E Gregor fa la cosa più devastante di tutte: assorbe lo sguardo degli altri.

Smette di mangiare.
Smette di mostrarsi.
Smette di occupare spazio.

Non viene ucciso.
Viene reso superfluo.

Gregor siamo noi quando rallentiamo

Gregor siamo noi quando il corpo cede, la testa si spegne, la vita chiede tregua.

Quando non rispondiamo subito.
Quando non rendiamo abbastanza.
Quando non siamo performanti.

Il mondo non punisce.
Archivia.

Kafka non scrive dell'assurdo.
Scrive di un sistema che non ha bisogno di essere violento per essere disumano.

L'amore, finché non costa troppo

Il passaggio finale è il più scomodo.

Gregor non perdere l'amore perché è diventato altro.
Lo perde perché amarlo costa.

Costa tempo.
Spazio. Cambiamento.

Kafka lo mostra con una precisione spietata: l'amore non sparisce di colpo.
Si ritira per fasi.

Prima meno presenza.
Poi fastidio.
Infine la legittimazione morale dell'abbandono.

Nessuna cattiveria dichiarata.
Solo frasi ragionevoli.
Comprensibili.
Terribilmente familiari.

Kafka e la verità che non consola

Kafka non chiede empatia per Gregor.
Ci chiede qualcosa di peggio: di guardare quanto facilmente accettiamo che qualcuno scompaia nel momento esatto in cui smette di essere utile, funzionale, conveniente.

Non scrive di fallimento.
Scrive di chi ha sempre fatto il proprio dovere.
Ed è proprio per questo sacrificabile.

Gregor non muore perché è diventato un insetto.
Muore perché ha smesso di funzionare.
E Kafka continua a farci la stessa domanda, senza concederci conforto: se smettessimo di rendere, chi resterebbe a chiamarci per nome?



Perché il romance è sempre la stessa storia (e fingiamo di non accorgercene)

Cliché, comfort narrativo e l'equivoco dell'incisività nel genere più difeso da tutti

Il romance: ovvero perché se incontro ancora un "lui era alto, moro e tormentato" chiamo le autorità

Mettiamo subito una cosa in chiaro: io non leggo romance.
Non per snobismo, non perché "io leggo cose difficili".
Non li leggo perché dopo un po' il mio cervello anticipa le frasi come quando rivedi un film troppe volte e inizi a recitare le battute prima degli attori.
Come a dire che li apro, leggo tre righe e il mio cervello urla: "Aspetta... questo l'ho già letto. Nel 2009. Con un altro titolo."

Apri un romance e succede questo: non entri in una storia, entri in un format.
Sai già chi si amerà, quando fingeranno di odiarsi, quando scoperanno per la prima volta.
La suspense è zero. L'imprevisto è bandito. L'effetto sorpresa in congedo permanente.

Il romance non ti racconta una storia. 
Ti rassicura che la storia sarà uguale a quella di prima.

Sì.
Come il pigiama con l'elastico allentato: comodo, ma non lo chiamerei haute couture (che poi che ne saprò io di pigiami? Boh!).

I personaggi: cloni, fotocopie, gemelli separati alla nascita (ma solo dal nome)

Lui.
Alto. Sempre.
Moro. Sempre.
Tormentato. Sempre.
Con un passato doloroso che giustifica il fatto che comunichi come un comodino dell'Ikea senza istruzioni.

Lei.
Forte, indipendente, determinata.
Lo ripete ogni tre pagine, perché dal comportamento non si direbbe.
Ha una professione creativa o vagamente improbabile, zero amiche vere e una straordinaria capacità di innamorarsi di uomini emotivamente indisponibili nel giro di 48 ore.

Si guardano. Si detestano.
Si urtano fisicamente per errore almeno tre volte (... poi Mirco finita la pioggia si incontra e si scontra con Licia e così... ah no!), facendoci dubitare del loro equilibrio fisico (oltre che di quello mentale).
Lei pensa: "Oddio quanto lo odio."
Lui pensa: "Non dovrei desiderarla." (E intanto ha un'erezione...e non è pipì mattutina!).

La desidera.
Sempre. 
Con una potenza che manco le centrali nucleari!

Il conflitto: finto come un litigio in una soap delle 16.30

Nel romance il conflitto è una cosa tenera.
Non osa mai davvero.
È sempre un malinteso. Una frase non detta. Un trauma già visto in terapia ma non metabolizzato.
Mai una vera incompatibilità, mai un abisso morale.
Mai un "forse non dovremmo" che regga più di trenta pagine.

È tutto risolvibile con:
  • una confessione piangendo sotto la pioggia (mai che si piglino una bronchite seria)
  • una corsa in aeroporto (ciao Ross, ciao Rachel. Voi sì che ci avete regalato grandi gioie!)
  • una lettera che nessuno scrive più ma che qui, guarda caso, arriva sempre (perché evidentemente loro non hanno a che fare con Poste Italiane)
Il mondo può anche essere in fiamme, ma l'importante è che loro si amino.
Il resto è arredamento.

Lo spicy: la pornografia con la sindrome da film romantico

Una volta c'era il bacio finale, quello per cui tu, lettore, avevi patito 400 e passa pagine per arrivare a quel momento intimo, tenero, quasi sussurrato: "E lui la baciò".
Fine.
Stop.

Tu gioivi, eri felice per loro, perché poi sarebbe stato tutto un "e vissero felici e contenti".

Insomma, non è che ci abbiano mai detto che Elizabeth e Darcy discutevano perché lui lasciava i calzini sporchi in giro per casa o non abbassava mai la tavoletta del water, no?!
O che Biancaneve, dalla finestra della sua camera nel castello, vedesse un meleto e le girassero di molto i coglioni!

I protagonisti, che siano di fiabe o romanzi, vivranno felici e contenti. Punto.

Adesso no.
Adesso c'è lo spicy.
E lo sai subito perché, se anche volessi ignorarlo, viene spiattellato in copertina con una sfilza di peperoncini (che i calabresi, secondo me, due diritti d'autore dovrebbero chiederli).

E sai pure che le decerebrate che arrivano da TikTok, ti chiedono subito "ma è spiiiiiiiiiicy?"
E la domanda arriva mentre tu stai parlando di "Guerra e Pace" o de "Il Conte di Montecristo".
E tu guardi beata la mole di quei romanzi e rifletti su quanta forza dovrai usare per calarglieli proprio lì, al centro della fronte.

Lo spicy, dicevamo.
Scene di sesso ovunque, sempre e comunque.
Con corpi che funzionano alla perfezione, sincroni, performanti.
Mai una smagliatura, mai un filo di ritenzione idrica.
Mai un crampo, un momento imbarazzante, un "mi stai schiacciando il braccio da mezz'ora e credo dovranno amputarmelo".

È il sesso senza realtà.
Il sesso che non suda neanche se vivi in Pianura Padana, è agosto, fuori fanno 45° col 90% di umidità e persino il climatizzatore vi dice di piantarla e andare a mangiare un ghiacciolo.
È il sesso che non ride, quello fatto solo di sospiri, gemiti, paroline sussurrate.
È il sesso delle posizioni che ti fanno fermare, riflettere e dire: "Sì, ciccia, come no!"
Perché, insomma, non sarai Moana Pozzi, ma due esperienza nella tua vita le hai fatte e lo sai che, se proprio vi viene la fregola di farlo in doccia, non è che ci siano tante alternative... a meno che tu non voglia rischiare un trauma cranico per essere scivolata sul più bello!

Insomma, un porno emotivo travestito da romanzo edificante.

La grande bugia: "non giudicate i lettori"

Ogni volta che qualcuno dice: "Non leggo romance", succede il miracolo.
Non ha giudicato nessuno, ma improvvisamente ha giudicato tutti.

Parte il coro: "Ma tu sei prevenuta", "Ma ci sono romance bellissimi", "Ma devi provarli".

Notizia shock (because): li ho provati.
Ed è proprio per questo che non li leggo.

Criticare un genere non è insultare chi lo legge.
Ma il romance vive in uno stato di difesa permanente, come se fosse costantemente sotto processo.
E quando una cosa ha bisogno di essere difesa così tanto... di solito un motivo c'è.

La grande verità che nessuno vuole dire

Il romance non è letteratura cattiva.
È comfort seriale.
È progettato per non disturbare, non mettere in crisi, non lasciare residui.

Ed è perfetto per chi lo cerca così.

Ma smettiamola di chiamarlo "letteratura universale".
Smettiamola di dire che chi non lo legge è snob.
Smettiamola di fingere che emozione e profondità siano la stessa cosa.

Se un genere ti chiede di spegnere il cervello per funzionare, non è inclusivo: è anestetico.
E se a qualcuno serve l'anestesia per leggere, benissimo!

Io non leggo romance.
Voi potete leggerli tutti.

Prometto di non portarvi via i libri.
In cambio, non provate a convincermi che sono una persona orribile solo perché non mi commuovo davanti all'ennesimo uomo alto, moro e traumatizzato.

Dopo il ventesimo non state più leggendo personaggi: state leggendo varianti.

 



 

'La traditrice' di Philippa Gregory: recensione critica tra storia e interpretazione


LA TRADITRICE
Philippa Gregory
Harper Collins
528 pagine
14 ottobre 2025

Tra le ombre scintillanti della corte Tudor, Jane Parker cammina con passo sicuro. Gli occhi di tutti sono su di lei, ma nessuno vede davvero chi è. I segreti sono i suoi alleati, le bugie il suo scudo.
Jane Parker è una moglie devota, una sorella fedele, una spia silenziosa. Ma è soprattutto la mente più acuta dell’Inghilterra di quel periodo. Mentre il potere dei Bolena vacilla e l’ira di un re imprevedibile si abbatte come una tempesta, Jane si muove sul filo delle alleanze, dove uno sguardo può tradire e un sorriso nascondere una condanna. Nella danza mortale degli intrighi, le sue parole possono plasmare un regno o farlo cadere, dicono che abbia segnato il destino di due regine e l’hanno marchiata come traditrice. Ma la verità è molto più pericolosa e cambierà la Storia.

Bookblogger vs Lettore "qualsiasi": chi legge per mestiere e chi per amore


Tra citazioni evidenziate e pagine piegate, cronaca di una convivenza complicata

Quando un angolo piegato fa più male di una stroncatura

La prima volta che ho visto piegare un angolo di una pagina davanti a me, ho provato un dolore fisico.
Non metaforico: fisico.
Come se qualcuno avesse piegato con forza un mio braccio dietro la schiena.

Il lettore "qualsiasi" l'ha fatto senza cattiveria. Con naturalezza.
Una piega rapida, risolutiva.
Segno di passaggio.
Io, invece, con i miei segnalibri ordinati e le matite morbide, ho pensato: questa non è una persona, è un animale selvatico.

Eppure, da lì è iniziata la nostra convivenza.

Chi legge per mestiere e chi legge per abbandono

Il problema non è chi piega gli angoli.
Il problema è che noi leggiamo in modo diverso e facciamo entrambi fatica ad ammetterlo senza sentirci sbagliati.

Io leggo per "mestiere".
Che non significa leggere senza amore, ma leggere con addosso una responsabilità.
Leggere pensando già a cosa dirò, a cosa salverà, a cosa dovrò spiegare.
Leggere sapendo che quella storia, prima o poi, diventerà parole mie.

Il lettore qualsiasi legge per abbandono.
Legge e basta.
Se una frase scivola, scivola.
Se un personaggio non resta, pazienza.

"Per me era solo una storia": una frase che non so più dire

Quando il lettore qualsiasi dice "per me era solo una storia", lo dice senza colpa.
Io quella frase non so più dirla.

Perché leggo sapendo che dovrò prendere posizione.
Che un libro diventerà contenuto, che la lettura non finirà con l'ultima pagina, ma con una bozza aperta sul computer.

Ed è qui che qualcosa si incrina.

Quando leggere smette di essere riposo

La verità che pesa è questa: quando ho iniziato a leggere solo in funzione delle recensioni da pubblicare, ho perso qualcosa.

Ho perso la libertà di non capire subito.
La possibilità di fermarmi e il diritto di leggere male.

E ogni tanto mi sento troppo: troppo analitica, troppo lucida, troppo pronta a smontare invece che a farmi portare via.

Ciò che invidio e ciò che non restituirei mai

Invidio la leggerezza del lettore qualsiasi.
La possibilità di fermarmi e il diritto di leggere male.

Ma non baratterei mai quello che ho guadagnato: la capacità di vedere le crepe, di sentire quando una storia funziona solo in superficie, di cogliere dettagli che a chi legge per puro piacere sfuggono.

Io non piego angoli perché per me le pagine sono mappe.
Evidenzio perché ho bisogno di tornare.
Analizzo perché è il mio modo di restare.

Pagine scritte, segnalibri smarriti

Non credo che uno dei due legga meglio.
Credo che leggiamo da due punti diversi della stessa stanza.

E forse il vero errore è fingere che questa differenza non esista o che una delle due letture sia più nobile dell'altra.

Alla fine, tra me e il lettore qualsiasi ci sono di mezzo pagine scritte e segnalibri smarriti.
E va bene così.

Perché se io non so più dire "era solo una storia", lui, forse, non saprà mai spiegare perché quella storia gli è rimasta addosso.

E in quel silenzio, stranamente, ci incontriamo.