Le ultime chiacchiere

Cosa è uscito di recente sul blog

Bookblogger vs Lettore "qualsiasi": chi legge per mestiere e chi per amore


Tra citazioni evidenziate e pagine piegate, cronaca di una convivenza complicata

Quando un angolo piegato fa più male di una stroncatura

La prima volta che ho visto piegare un angolo di una pagina davanti a me, ho provato un dolore fisico.
Non metaforico: fisico.
Come se qualcuno avesse piegato con forza un mio braccio dietro la schiena.

Il lettore "qualsiasi" l'ha fatto senza cattiveria. Con naturalezza.
Una piega rapida, risolutiva.
Segno di passaggio.
Io, invece, con i miei segnalibri ordinati e le matite morbide, ho pensato: questa non è una persona, è un animale selvatico.

Eppure, da lì è iniziata la nostra convivenza.

Chi legge per mestiere e chi legge per abbandono

Il problema non è chi piega gli angoli.
Il problema è che noi leggiamo in modo diverso e facciamo entrambi fatica ad ammetterlo senza sentirci sbagliati.

Io leggo per "mestiere".
Che non significa leggere senza amore, ma leggere con addosso una responsabilità.
Leggere pensando già a cosa dirò, a cosa salverà, a cosa dovrò spiegare.
Leggere sapendo che quella storia, prima o poi, diventerà parole mie.

Il lettore qualsiasi legge per abbandono.
Legge e basta.
Se una frase scivola, scivola.
Se un personaggio non resta, pazienza.

"Per me era solo una storia": una frase che non so più dire

Quando il lettore qualsiasi dice "per me era solo una storia", lo dice senza colpa.
Io quella frase non so più dirla.

Perché leggo sapendo che dovrò prendere posizione.
Che un libro diventerà contenuto, che la lettura non finirà con l'ultima pagina, ma con una bozza aperta sul computer.

Ed è qui che qualcosa si incrina.

Quando leggere smette di essere riposo

La verità che pesa è questa: quando ho iniziato a leggere solo in funzione delle recensioni da pubblicare, ho perso qualcosa.

Ho perso la libertà di non capire subito.
La possibilità di fermarmi e il diritto di leggere male.

E ogni tanto mi sento troppo: troppo analitica, troppo lucida, troppo pronta a smontare invece che a farmi portare via.

Ciò che invidio e ciò che non restituirei mai

Invidio la leggerezza del lettore qualsiasi.
La possibilità di fermarmi e il diritto di leggere male.

Ma non baratterei mai quello che ho guadagnato: la capacità di vedere le crepe, di sentire quando una storia funziona solo in superficie, di cogliere dettagli che a chi legge per puro piacere sfuggono.

Io non piego angoli perché per me le pagine sono mappe.
Evidenzio perché ho bisogno di tornare.
Analizzo perché è il mio modo di restare.

Pagine scritte, segnalibri smarriti

Non credo che uno dei due legga meglio.
Credo che leggiamo da due punti diversi della stessa stanza.

E forse il vero errore è fingere che questa differenza non esista o che una delle due letture sia più nobile dell'altra.

Alla fine, tra me e il lettore qualsiasi ci sono di mezzo pagine scritte e segnalibri smarriti.
E va bene così.

Perché se io non so più dire "era solo una storia", lui, forse, non saprà mai spiegare perché quella storia gli è rimasta addosso.

E in quel silenzio, stranamente, ci incontriamo.



Come non farsi fregare dai consigli "motivazionali" da lettori perfetti


Perché "se vuoi il tempo lo trovi" è la frase più tossica detta a chi ama leggere

C'è una frase che mi manda in sofferenza più di un refuso in prima pagina.
Una di quelle che arrivano puntuali come l'influenza stagionale, con l'aria di chi sta facendo del bene all'umanità: "Se vuoi il tempo lo trovi".

Detta a chi legge poco.
Detta a chi è stanco.
Detta a chi ama profondamente i libri, ma non riesce sempre a infilarli in agenda come una vitamina obbligatoria.

Ogni volta che la sento, mi viene voglia di chiudere Instagram fare un respiro luuuuuuungo.
Così lungo da farmi dimenticare la password.

Quando la lettura diventa una disciplina (indovinate: non funziona)

Negli ultimi anni la lettura è stata raccontata come il fitness. 
Allenamento quotidiano.
Costanza. Routine. Disciplina.

Se non leggi, è perché non ti impegni abbastanza.
Se non trovi tempo, è perché non lo vuoi davvero.
Se molli un libro, è perché non sei abbastanza motivata.

Il problema non è il consiglio in sé.
Il problema è l'idea tossica che ci sta sotto: che leggere sia una prova di volontà, non un'esperienza emotiva.

E no, non funziona così.

Confessione: io ci sono cascata (eccome!)

Io sono stata una lettrice "brava".
Di quelle diligenti, precise, sempre sul pezzo.

Io ci sono cascata.
Sono stata una lettrice disciplinata.
Quella che leggeva sempre, comunque, anche quando era stanca.
Anche quando i libri servivano più a tappare silenzi che a nutrire davvero.

Ero la persona perfetta per ripetere quei consigli altri.
Poi ho smesso.
Non di leggere.
Di fingere che la lettura fosse un dovere.

Oggi sono più centrata.
Più selettiva.
Leggo meno, ma leggo meglio per me.

"Se vuoi il tempo lo trovi" è una bugia educata

Diciamolo piano, che fa rumore: non è vero che se vuoi il tempo lo trovi.

Il tempo non si trova.
Si toglie.
A qualcos'altro.

E non sempre è giusto toglierlo al sonno, alle relazioni, al riposo, solo per dimostrare di essere una lettrice "seria".

La lettura non è una dieta.
Non è una scheda di allenamento.
Non è una gara di resistenza.

E soprattutto: non è una prova di valore personale.

I lettori perfetti non esistono (ma parlano tantissimo)

I "lettori perfetti" che dispensano consigli motivazioni parlano quasi sempre da una posizione comoda.
Hanno tempo, energie o semplicemente una vita che, in quel momento, lo permette.

Ma la loro esperienza non è un modello universale.
E non è un metro di giudizio.

Se un consiglio ti fa sentire in difetto invece che accompagnata, non è un buon consiglio.
È solo rumore.
Rumore ben confezionato, certo.
Ma sempre rumore.

L'unico criterio che conta davvero

Oggi faccio così: leggo quando posso, quando voglio, quando mi serve.
E non devo dimostrare niente a nessuno.

Se vuoi leggere, leggerai.
Se non puoi, non sei sbagliata.
E se qualcuno ti dice il contrario, probabilmente non sta parlando di libri, ma di controllo.

Leggere non deve motivarti.
Deve reggerti.

E questo - mi spiace per i lettori perfetti - non si insegna con una frase fatta.




"Sangue marcio" di Antonio Manzini: quando il male cresce in famiglia


SANGUE MARCIO
Antonio Manzini
Piemme
224 pagine
24 giugno 2025


Pietro e Massimo sono due bambini privilegiati. La loro è una famiglia facoltosa e hanno tutto quello che si può desiderare: una villa con piscina, un campo da tennis privato, i primi videogiochi. Un'infanzia felice, sospesa in un sogno borghese. Finché, un giorno d'autunno del 1976, il mondo crolla. La polizia irrompe in casa e il padre viene arrestato. I giornali, pochi giorni dopo, lo ribattezzeranno "il mostro delle Cinque Terre". Quasi trent'anni più tardi, i due fratelli non potrebbero essere più diversi. Pietro è cresciuto in un istituto a Torino ed è diventato un cronista di nera. Massimo, affidato a uno zio, è un commissario di polizia. A unirli di nuovo è una scia di delitti, firmati da un serial killer spietato. Il tempo li ha cambiati. Massimo, un ragazzino impulsivo che metteva tutti in riga con il suo motto «Vatti a nascondere in Tibet» oggi è un uomo svuotato, con troppe ombre e troppi Martini in corpo. Pietro ha un carattere introverso, incapace di lasciarsi accostare dagli altri. Ma il passato non si dimentica. E così, mentre il killer continua a colpire, i due fratelli si riavvicinano, tanto da ritrovarsi ad affrontare una resa dei conti, indietro fino al giorno in cui è crollato il mondo. "Sangue marcio" è un romanzo magnetico che scava nella psicologia dei personaggi, costringendo il lettore a confrontarsi con il lato oscuro dell'essere umano. È l'esordio di Antonio Manzini, pubblicato vent'anni fa che torna finalmente in libreria.

Il giudizio sugli audiolibri è snobismo puro


C’è una frase che, nel mondo dei lettori cartacei duri e puri, gira con una sicurezza disarmante: “Ascoltare audiolibri non è leggere.”

La pronunciano spesso con aria compassionevole, come si parla a chi ha preso una scorciatoia. 
Come se l’audiolibro fosse la soluzione per il lettore pigro. 

Peccato che non sia così, che questa convinzione non sia amore per la carta, ma snobismo travestito da valore. 

Partiamo da una cosa semplice (e scomoda)

Esistono studi che dimostrano che, quando ascoltiamo una storia, nel cervello si attivano le stesse aree della lettura tradizionale. 
Comprensione, immaginazione, costruzione delle immagini mentali: tutto lì. Identico. 

Ma anche senza scomodare la scienza - che tanto viene ignorata quando disturba - basterebbe l’esperienza. 

Perché ascoltare è più difficile che leggere. 
Quando leggi con gli occhi, puoi tornare indietro, rallentare, fermarti. 
Quando ascolti, devi restare lì. Presente. Attenta. 
Un attimo di distrazione e la frase è già passata, persa, andata. 

Altro che “facile”. 

La scena che non vogliamo vedere

C’è una lettrice in macchina. 
Una donna che lavora, che corre, che incastra la vita come può. 
Il libro di carta è sul comodino, fermo da giorni. Non per disamore, ma per mancanza di tempo fisico e di silenzio. 

Accende l’audiolibro. 
E all’improvviso il romanzo torna a vivere: le voci, il ritmo, i personaggi. 
La storia entra dove prima non poteva. 

Secondo una certa élite della lettura, però, tutto questo non conta. 
Perché non stava seduta, non sfogliava e non faceva la cosa “nel modo giusto”. 

Il punto vero (quello che dà fastidio)

L’audiolibro viene giudicato perché rompe una gerarchia.
Mette sullo stesso piano chi legge in silenzio sul divano e chi ascolta mentre pulisce casa, cammina, guida, sopravvive.

E questo disturba.
Perché se tutti possono accedere alle storie, allora la lettura smette di essere un territorio di prestigio.

E lì scatta il riflesso:
Sì, vabbè… ma non è vera lettura
Tradotto: non vale come la mia.

Non partiamo tutti dallo stesso punto (ma facciamo finta di sì)

C’è chi ha tempo, chi ha energia mentale, chi concentrazione.
Poi c’è chi ha occhi stanchi, dislessia, dolori cronici, giornate che finiscono troppo tardi.

Eppure pretendiamo un solo modo legittimo di leggere.
Un solo gesto. Un solo rituale.
Come se l’amore per i libri fosse una gara a ostacoli.

L’audiolibro per quello che è: un sostituto pratico

Mettiamola così, senza poesia forzata: l’audiolibro non è meglio del libro cartaceo.
Ma non è nemmeno peggio.

È un sostituto pratico, una soluzione.
Una porta aperta quando l’altra è chiusa.

E spesso è l’unico modo per continuare a leggere quando la vita si mette di traverso.




Se ti senti minacciata dagli audiolibri, se hai bisogno di dire che “quella non è vera lettura” per sentirti al sicuro… forse il problema non è l’audio.

È l’idea che leggere serva a distinguersi, non a incontrare storie.

Perché no: l’audiolibro è lettura.
E chi legge come può, quando può, sta leggendo davvero.

Il resto è rumore di fondo.

E, guarda caso, quello sì che distrae!

'Non ancora 101' di Irene Salvatori: dialogo semiserio tra due cani sul libro che serve quando serve


NON ANCORA 101
Irene Salvatori
Marcos y Marcos
256 pagine
21 gennaio 2026


Berlino, casa tra laghetti e parchi del sud. Una mamma estrosa e sola si barcamena fra tante lingue, tre figli e sei bracchi ungheresi che tengono banco. E branco. Non è uno scherzo tirare le fila di una vita dove non c’è un istante di tregua, si gioca una costante partita a scacchi, accerchiati da una banda di berlinesi DOC e d’importazione. Il distinto signore che molla i New Yorker nell’immondizia, la malefica che ti denuncia al minimo morso, lo spaesato che recita poesie in polacco, l’invidiabile e bellissima ricchissima famiglia che beati loro. Nel frattempo, un coro di pretendenti – tra cui Maikol Gexon e Jörn Meraviglia – parrebbe farsi avanti per adottare il ruvido e abbandonato Aaron. Perché Aaron sarebbe un compagno di vita fantastico, parla come un cavaliere di ventura. Ma tutti in questo romanzo hanno un linguaggio che allarga la vita. Anche Berlino, impagabile Wunderkammer, o la casa, sommo rifugio indiavolato di casino, animato da loro, i “Non ancora 101”. Ibi è montata storta e parla mescolando male le parole. Rosa perfida stende con lo sguardo. Gábor muore di fame e non ricorda un tubo, Aviv unica gioia della vita. Infine, Bernardo, colosso introverso e invisibile. Gioioso come “La mia famiglia e altri animali” di Gerald Durrell, ma più dissacrante, autoironico, questo romanzo è illuminato da una incredibile inventiva linguistica, e ti tiene incollato fino all’ultima pagina, un po’ come la vita, almeno quella vissuta densamente.

Perché tutti parlando di "Skippy muore" e io no

Letture, hype e onestà

Comincio da qui, senza prenderla alla larga: in questo periodo non ho voglia di leggere un libro che so già potrei detestare.

Lo dico subito, così evitiamo equivoci.
Non è snobismo.
Non è posa intellettuale.
È memoria storica.

I miei precedenti con questo autore non sono felici, Il giorno dell’ape mi ha lasciato addosso una sensazione precisa e inequivocabile: fastidio.
Quello che non evolve, quello che non chiarisce.
Quello che ti infligge ferite a caso e poi se ne va, come se avesse fatto qualcosa di profondo solo perché è stato lungo e ambizioso.

Ecco perché, quando questa settimana ovunque sento nominare Skippy muore, io provo una cosa molto poco letteraria ma molto onesta: indifferenza.

Non irritazione.
Non rifiuto militante.
Proprio indifferenza. 

Skippy muore è ovunque.
È il libro di cui bisogna parlare.
Quello che ti colloca subito nella categoria giusta: lettore serio, lettore colto, lettore che ti “capisce”.

Eppure, più tutti ne parlano, più diventa chiaro che il vero protagonista della settimana non è il romanzo.
È il consenso intorno a lui.

Perché questo libro, prima ancora di essere letto, è diventato un segnale.
Un badge.
Un modo per dire: “Io sto da questa parte della letteratura”.

E attenzione: non sto dicendo che Skippy muore non sia un libro importante.
Sto dicendo che, in questo momento, non è il libro giusto per me.

Io oggi nei libri cerco ferite giuste e non casuali, chiarezza e una scrittura che sappia toccare le corde giuste.

Non ho voglia di rischiare di nuovo un’esperienza da cui uscire stanca, distante e con la sensazione di aver letto qualcosa di “necessario” solo sulla carta.

Ho già fatto quell’errore.
L’ho fatto proprio con lo stesso autore.
E l’ho pagato caro, in termini di tempo, energia e fiducia. 

Il mio silenzio su Skippy muore, quindi, non è una provocazione.
È un atto di onestà.

Non tutto quello che è di tendenza va letto.
Non tutto quello che tutti amano deve passare anche da me.
E soprattutto, non ogni grande romanzo arriva nel momento giusto per ogni lettore.

Forse Skippy muore è un libro enorme.
Forse è un capolavoro.
Forse mi parlerebbe, in un altro tempo.

Ma oggi no.
E fingere il contrario, solo per partecipare alla conversazione, sarebbe molto più disonesto che tacere.

Perché la lettura non è un dovere civico.
È una relazione.
E se non senti la chiamata, puoi anche non rispondere.

Il vero gesto controcorrente, questa settimana, non è leggere Skippy muore.
È ammettere che non tutto ciò di cui si parla è ciò che ci serve.

E io, oggi, ho scelto altro.


'Le ventisette sveglie di Atena Ferraris' di Alice Basso: il libro che arriva quando sei pronta per lui


LE VENTISETTE SVEGLIE DI ATENA FERRARIS
Alice Basso
Garzanti
334 pagine
21 gennaio 2025


Mi chiamo Atena Ferraris e mi sa che non sono come gli altri, inutile girarci intorno. Mia madre mi ha sempre detto che siamo tutti diversi, e quindi è come se fossimo tutti uguali. Non ne sono convinta, ma mi fido di lei. Ho trent’anni, vesto fuori moda e odio le sorprese. E ho ben ventisette sveglie ogni giorno per ricordarmi di lavorare, di mangiare, di andare a letto, di smettere di pensare. Soprattutto faccio troppe domande, dicono. Perché per me è essenziale che ogni cosa abbia una spiegazione. Per questo dirigo una rivista online di enigmistica dove ogni gioco, rebus o anagramma ha una soluzione univoca. Mi fa sentire al sicuro. So che siamo in pochi a ragionare così. Ora, però, è successo qualcosa che ha scombinato le carte.
Tutta colpa del mio fratello gemello. Febo è uno scrittore in crisi e, per ritrovare l’ispirazione, si caccia nei guai più assurdi. Al momento, per esempio, si è iscritto a una scuola di magia. Sembrerebbe una cosa innocua, se non fosse che, fra giochi di prestigio e illusioni, è inciampato in un mistero vero, di quelli che scottano. Mi ha supplicata di aiutarlo, dice che ha bisogno della mia capacità di vedere particolari che gli altri non notano. E così eccomi costretta a uscire di casa, a conoscere persone nuove e ad avere conversazioni normali. Ma forse è quello che ci vuole: forse è arrivato il momento di mettersi in discussione e capire se mia madre ha detto la verità sul mio modo di essere. A volte bisogna uscire dal guscio per capire chi si è davvero.
Il nuovo progetto di un’autrice da mezzo milione di copie vendute, opzionato dalla più importante casa di produzione cinematografica italiana prima ancora della pubblicazione. Dopo averci fatto sognare con le avventure di Vani Sarca e Anita Bo, Alice Basso torna dai suoi lettori con una nuova protagonista: diversa, ma che assomiglia un po’ a ognuno di noi. Perché siamo pieni di fragilità, ma anche di una forza che non sappiamo di avere. E Atena è qui per dimostrarcelo.

Rileggere "Il giardino segreto" da adulta: una lettura condivisa che diventa passaggio



Il giardino segreto lo avevo letto a dieci anni. Ne conservavo, per quanto possibile, un ricordo luminoso, quasi intoccabile. Così luminoso che, chissà perché, non mi era mai venuto in mente di rileggerlo. Come certi ricordi d'infanzia: li ami, ma non li rimetti in discussione.

Poi è successo altro.
Io e Roby abbiamo iniziato a leggerlo a Maty, la sera, prima di dormire. A voci alternate. Senza fretta. 
E dopo la prima sera era già diventato un rito. Noi tre, luce tenue, silenzio buono, quella dolcezza che arriva solo quando la giornata smette finalmente di chiederti qualcosa.

Rileggerlo oggi - a quarant'anni di distanza - è stato inevitabilmente diverso.
Non perché il libro sia cambiato.
Perché sono cambiata io.

Da bambina non avevo gli strumenti per cogliere davvero la solitudine che attraversa queste pagine. La vedevo, sì, ma non nelle sue pieghe più profonde. Oggi quella solitudine mi è arrivata addosso con più forza. E non mi ha fatto male: mi ha semplicemente parlato.

Maty ascoltava attentissima. È una divoratrice di libri, di quelle che fanno domande vere, curiose, mai di contorno. Dell'intera storia, credo che ciò che arrivasse a lei con più chiarezza fosse l'amicizia. E non è un caso. È una bambina molto matura, con pochi amici, che spesso fatica a riconoscersi nei coetanei. In quell'amicizia salvifica - che cura, che trasforma, che apre - c'era qualcosa che le apparteneva già.

Leggere questo libro insieme a Roby è stato naturale e speciale allo stesso tempo. Noi leggiamo sempre insieme. Ma questa volta c'era anche la nostra bambina e più di una volta ci siamo scambiati quello sguardo silenzioso che dice: ok, questo momento ce lo ricorderemo.

Abbiamo usato l'edizione Minalima, quella che ti sorprende pagina dopo pagina, che invita a scoprire, a soffermarsi. Ma la verità è un'altra: non è stata l'edizione a rendere magico il momento. Ha solo amplificato un piacere che esisteva già. La magia stava tutta lì: nella condivisione. Nell'essere solo noi tre. Una piccola famiglia dentro una storia.

Questa rilettura mi ha ricordato una cosa semplice e definitiva: l'amicizia, quando è vera, è salvifica.
E i libri, se letti insieme, diventano passaggi. Non rifugi. Non nostalgie. Ma passaggi veri.

Forse Il giardino segreto non è un libro per tutti i momenti della vita.
Ma è un libro che sa riconoscere quando sei pronta a incontrarlo di nuovo!